Keith is back

A Palazzo Blu una grande mostra su Haring riallaccia il legame della città con il padre della street art che ci ha regalato Tuttomondo: l’artista degli omini, dei colori sgargianti e della meravigliosa varietà dell’amore che ha raccontato anche la malattia, ma che ha sempre scelto la vita.

Pisa ha con Keith Haring un rapporto speciale da quando l’artista venne qui nel 1989 per regalarci la sua ultima grande opera: a pochi mesi dalla morte, dipinse il muro della canonica della chiesa di Sant’Antonio con Tuttomondo, il grande murale che racconta la vita, l’amore e la meravigliosa varietà di tutte le pulsioni umane.

La mostra Keith Haring, a Palazzo Blu, dal 12 novembre al 17 aprile 2022, non è solo un omaggio allo street artist famoso in tutto il mondo per i suoi segni iconici, le linee marcate e tondeggianti, i colori sgargianti, i puzzle di figure che sembrano semplici e che invece sono così intensi, ma è un saluto ad un amico. E la chiusura di un cerchio che si è aperto più di trent’anni fa con quell’opera, così partecipata, quasi condivisa con la città, con chi volle andare a vedere quel ragazzo con gli occhiali tondi che disegnava strani omini su quell’anonimo muro del centro. Ma visto che una mostra non è mai una chiusura, che l’arte non chiude ma apre, è un modo di continuare a mostrare il nostro dialogo con lui, di dire a quel ragazzo che gli siamo grati. Non solo per quel manifesto artistico che ha lasciato alla nostra città, ma per lo sguardo che, con la sua arte troppo a lungo considerata minore, ha saputo regalarci.

Haring racconta la sua arte dagli inizi fino all’ultima grande esperienza, quella pisana, mostrandoci che, pur evolvendo, l’immaginario di Keith rimane fedele al suo modo di intendere l’arte come mezzo per raccontare la vita anche nella sua quotidianità, nel suo aspetto pop, e come strumento di impegno contro ogni forma di discriminazione, per la diffusione di messaggi di sensibilizzazione su temi come il consumo di droga o la prevenzione dell’AIDS.

Il soggetto del bambino, scelto come manifesto della mostra, è forse quello nel quale possiamo identificare Haring stesso: due giorni prima di morire, debolissimo, riesce a stento a disegnare su un foglio con un pennarello: disegna il bambino radiante. Un neonato che sprigiona raggi di potere ricevuto dall’universo; che possiede un’energia infinita; che gattona incessantemente, senza fermarsi mai, verso ogni dove, sfidando ogni pericolo. E dopo la morte di Keith, nel corso degli anni Novanta fino al caos dei giorni nostri, questa immagine iconica continua a trasmettere il suo messaggio di gioia. Il bambino radiante rappresenta Keith Haring stesso.

Realizzata dalla Fondazione Pisa in collaborazione con MondoMostre e a cura di Kaoru Yanase, Chief Curator della Nakamura Keith Haring Collection, la mostra presenta per la prima volta in Europa una ricca selezione di opere, oltre 170, provenienti dalla Nakamura Keith Haring Collection, la collezione personale di Kazuo Nakamura, che si trova nel museo dedicato all’artista, in Giappone. Fanno parte della collezione, e sono in mostra a Pisa, opere che vanno dai primi lavori di Haring fino agli ultimi, molte serie complete quali Apocalypse (1988), Flowers, (1990) e svariati altri disegni, sculture nonché grandi opere su tela come Untitled (1985). Ampiamente riconosciuto per le sue opere d’arte dai colori vivaci e giubilanti, i lavori di Haring sono familiari e noti anche a chi non conosce la sua breve parabola artistica perché i suoi omini stilizzati e in movimento, i suoi cuori, i suoi cani e i suoi segni in generale fanno parte del bagaglio di immagini pubbliche e non solo, in tutto il mondo, e sono proprio queste ad averlo reso un simbolo della cultura e dell’arte pop degli anni Ottanta.

LA MOSTRA

L’esposizione ripercorre l’intera carriera artistica di Haring e l’ampia gamma di tecniche espressive da lui indagate – pittura, disegno, scultura, video, murales, arte pubblica e commerciale – iniziando dai disegni in metropolitana, Subway Drawings, 1981-1983 (gesso bianco/carta/pannelli di legno) che restano tra i suoi lavori più noti e acclamati, fino al portfolio delle diciassette serigrafie dal titolo The Bluprint Drawings, la sua ultima serie su carta che riproduce le prime e più pure narrazioni visive nate nel 1981, pubblicata nel 1990, un mese prima della sua morte.  

Il percorso di mostra, allestito nelle sale di Palazzo Blu dagli architetti di Panstudio, si divide in nove sezioni: dal PRINCIPIO, prima sezione, in cui si raccontano gli inizi e la vita nella città di New York, dove Haring si trasferisce nel 1978 per studiare alla School of Visual Arts. In quel periodo fa coming out. Inizia con semplici segni grafici a disegnare bambini, animali, cuori, televisori, angeli, piramidi e omini, con il gesso bianco, sopra i pannelli pubblicitari inutilizzati delle stazioni metropolitane di New York. Le foto dei suoi lavori iniziano a circolare e il suo stile diventa subito molto riconoscibile perché crea un linguaggio che si legge a colpo d’occhio, il “codice Haring”. E la sua fama presso il pubblico cresce rapidamente. 

La sezione OLTRE I LIMITI, ci porta dentro i colori fluorescenti che brillano sotto la luce nera dell’artista, attraverso una serie di cinque serigrafie, Untitled (Fertility Suite), pubblicata dalla Tony Shafrazi Gallery nel 1983, in cui Haring da spazio alle sue icone, simboli di vitalità e fertilità, sempre in movimento, forse agitate. 

Subito dopo LE STORIE, in cui è esposta l’opera The Story of Red + Blue, 1989, una serie di litografie realizzata espressamente per i bambini divenuta così nota da essere usata per diversi concorsi di storytelling e inserita nei programmi educativi in molte scuole americane. 

HARING A PISA, racconta l’avventura pisana di Keith Haring, l’amicizia dopo l’incontro fortuito con Piergiorgio Castellani, e il lavoro corale per la realizzazione del murale “Tuttomondo” su una parete del Convento di Sant’Antonio: la Chiesa che mise a disposizione la superficie da dipingere, il Comune e la Provincia che coordinarono il progetto, gli studenti dell’università che aiutarono l’artista come assistenti.

Si passa poi alla MUSICA; ovunque Haring lavori, sulla strada o nel suo atelier, c’è sempre. Le sue opere incarnano il suono delle strade di New York e dei locali più cool. Collabora alla creazione di un gran numero di cover, una delle più note è per un album di David Bowie del 1983 che raffigura due omini stretti in un radioso abbraccio. Insieme alla musica la sezione MESSAGGIO: l’obiettivo di Haring è raggiungere il maggior numero di persone possibile e i poster sono uno strumento in grado di stabilire una connessione immediata col pubblico. Il Poster for Nuclear Disarmament, del 1982, è senza parole, ma invoca visivamente la fine dell’energia nucleare. Da allora Haring realizza oltre cento poster per pubblicizzare le proprie esposizioni, concerti, prodotti o per sensibilizzare le persone ai temi che ha particolarmente a cuore: la prevenzione dell’AIDS, i diritti dei gay, l’apartheid, il razzismo, l’uso delle droghe, la guerra, la violenza e la salvaguardia ambientale. 

In SIMBOLI E ICONE, troviamo Radiant Baby, Dog, Angel, Winged Man, Three-Eyed Face, la serie pubblicata nel 1990, che include i personaggi più iconici della sua intera opera. Come si legge nei diari, The Radiant Baby simboleggia l’innocenza, la purezza, la bontà e il potenziale di ognuno.

DISTOPIA RIVELATA è una sezione dedicata a una fase di maturazione e consapevolezza di Haring. Come si nota in Apocalipse, 1988, la materia della sua arte si fa più profonda e complessa. Come omosessuale che convive con l’AIDS, la politica e la paura diventano i temi dominanti dei suoi lavori. In collaborazione con lo scrittore beat William Burroughs lavora a questa serie, offrendo un assaggio del suo inferno personale: ogni immagine realizzata con la tecnica del collage, riprende la poesia, e utilizza pubblicità, referenze di storia dell’arte e teologia cattolica per amplificare le scene di caos. 

ENERGIA PRIMORDIALE: piramidi affollate di omini, animali, soli, maschere, il body painting e i totem. L’opera di Keith Haring diventa uno spazio fra arte vernacolare e arte accademica, fra creazione e appropriazione. I suoi lavori celano poteri misteriosi di provenienza non occidentale, ispirati all’arte azteca, eskimo, africana e afroamericana, nonché a simboli antichi e mitologici. 

LA FINE DELL’INIZIO, chiude la mostra con le immagini che meglio raffigurano il linguaggio iconico di Haring: piramidi, dischi volanti, cani, serpenti e bambini che si mescolano a figure erranti ed extraterrestri. Nel 1990, poco prima di morire, Haring pubblica la sua ultima edizione su carta, The Blueprint Drawings. «Questi 17 disegni sono nati in poche settimane fra dicembre 1980 e gennaio 1981. Gli originali li ho realizzati su pergamena con inchiostro Sumi perché avevo intenzione di riprodurre tutti i disegni in cianografia. Li portavo regolarmente al cianografo locale, dove mi divertivo a cercare di spiegarne il contenuto agli addetti ai macchinari. Nel giro di qualche settimana, in negozio, tutti avevano grande familiarità con i miei disegni. (…) Quelle stampe sono una perfetta capsula del tempo dei miei inizi a New York City», Keith Haring New York City 4 gennaio 1990. 

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Siamo maschere?

Un esperimento sociale che indaga, attraverso l’arte, l’identità tra reale e virtuale, tra immagine percepita e comunicata: con la sua personale alla Cittadella, Andrea De Ranieri ci mostra le maschere nate durante il lockdown ma sempre valide per leggere noi stessi e il nostro rapporto con l’altro.

Le maschere di Andrea De Ranieri in mostra alla Cittadella dal 13 novembre al 12 Dicembre sono trenta totem, trenta variazioni sul tema dell’identità dell’uomo e della sua, della nostra, necessità di indossare maschere per mostrarci agli altri ed essere, paradossalmente, noi stessi.

Sacred – mind your thinking, raccoglie una trentina di opere scelte per questo percorso percorso a cura di Selina Fanteria, tra sculture astratte e arte figurativa, realizzate nel corso dell’intera carriera di Andrea De Ranieri. Tra queste, il ciclo Mascherenato durante il lockdown del 2020, a partire da una sorta di esperimento sociale avviato dall’artista. 

“Nell’impossibilità di dipingere con modelli dal vivo – racconta De Ranieri – ho creato una serie di maschere con delle buste di carta per uso alimentare e le ho spedite per posta ad alcune persone che hanno deciso di prendere parte al progetto. In base alla propria interpretazione della maschera – prosegue – ciascuno si è scattato una foto. In quegli scatti ho trovato i miei modelli a cui ho cambiato solo lo fondo, quasi sempre un motivo grafico che contribuisce a far risaltare i soggetti e dare loro tridimensionalità”. La tecnica – un trattamento a cera in diversi passaggi – catalizza l’attenzione sugli occhi dei soggetti, che bucano la tela con i loro sguardi, arrivando dritto all’osservatore. Si crea così un dialogo diretto e profondo, proprio grazie alla mediazione della maschera. 

“Ho notato come le persone, coperte dal filtro della maschera riescano a liberarsi e a tirare fuori lati nascosti del proprio essere. A volte una maschera ci costringe a fingere di essere qualcosa che non siamo e altre volte ci rende incredibilmente liberi e autentici”, dichiara l’artista.

La mostra raccoglie anche una serie di particolari sculture, realizzate con diversi materiali trattati in modo sperimentale, tra cui cemento, ferro e resina, raffiguranti un uomo stilizzato in colori vivaci, anch’esso con il volto coperto. Gli Zuki di De Ranieri sono simboli di un’umanità ingabbiata tra il desiderio di apparire e quello di nascondersi, tra immagine virtuale raccontata sui social e personalità reale, più difficile da esprimere. Ne emerge un’analisi ironica, irriverente e non impegnata del nostro tempo, che porta a riflettere sul nostro rapporto con la nostra identità più profonda. 

La mostra è organizzata in collaborazione con C.R.A. (Centro Raccolta Arti) e FUL magazine. Orari di apertura: dal 12 novembre al 13 dicembre, giovedì e venerdì dalle 15.00 alle 19.00, sabato e domenica dalle 10.00 alle 13.00 e dalle 15.00 alle 19.00. Ingresso gratuito, riservato a muniti di Green Pass.

Andrea de Ranieri nasce a Pisa nel 1975. Segue una formazione versatile, dall’architettura al design, dalla scultura alla pittura. La sua è una ricerca incentrata sull’uso della materia e sulla sua resa pittorica. L’impiego del cemento, della cera e della pece, lavorati in modi diversi, producono un duplice effetto: la diversità dei materiali rendono i quadri densi e profondi, le pennellate intrecciate intervengono con il colore ad esaltare la materia. Gli smalti entrano nella profondità della cera, creando un insieme solo apparentemente caotico ma che rimanda un senso di solidità e chiarezza minimalista. I colori predominanti della sua tavolozza sono tutte le sfumature del blu, del nero e del bianco, con occasionali pennellate di toni accesi come il giallo, il verde e l’arancio. Talvolta inserisce anche elementi in metallo, che, paradossalmente, vanno ad alleggerire l’insieme densamente pittorico. 

Quadri, dove dal cemento liquido e pastoso emergono le campiture di colore piatto, di cere e di oli, con le applicazioni di metallo a racchiuderle o a esaltarle, o con parole e lettere del suo particolare alfabeto artistico. Ma anche le sculture di metallo e smalto: alcune geometriche e lineari, cubi e parallelepipedi vuoti che, sembrano sfidare la legge di gravità, colti in apparente precario equilibrio; altre dalle forme rotonde e articolate, sfere colorate che si arrampicano nello spazio a formare figure dinamiche che ricordano grossi bruchi o giochi di bimbi, divertenti e oniriche. www.andreaderanieri.com

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Il Mosaico alla Spina

Alla Chiesa della Spina un’esposizione di Fabio Calvetti celebra i quindici anni dell’associazione Il Mosaico:fino al 28 novembre, otto dipinti e sette opere tridimensionali raccontano attraverso l’arte il legame tra l’associazione culturale e la città.

Quindici per quindici: quindici opere per quindici anni. Festeggia con un’esposizione di opere d’arte il quindicesimo anniversario di attività l’associazione culturale Il Mosaico: alla chiesa della Spina, fino al 28 novembre, SPINAE significati e piccoli pensieri è in realtà un regalo de Il mosaico alla città.

Il progetto alla Spina, curato da Maurizio Gronchi nell’allestimento di Giulia Gaggelli, prosegue concettualmente la mostra realizzata da Fabio Calvetti nel 2019 a Montaione nella Gerusalemme di San Vivaldo intitolata Trasumanar (elevarsi oltre i limiti della natura umana per attingere la natura divina), dove in un dialogo tra passato e presente, l’uomo-artista si avvicina alle questioni del Sacro nella ricerca di una relazione tra arte contemporanea, temi religiosi e spazi architettonici. Su questa orma Santa Maria della Spina a Pisa rappresenta lo spazio ideale per continuare questo viaggio; la bellissima chiesa gotica con la sua luminosità accecante può divenire il luogo dove Passione e Resurrezione ci regalano un momento di riflessione in questo periodo così complicato per tutti noi, con una riflessione su temi più ampi come la natura violata, l’ecologia integrale e la vulnerabilità dell’uomo. Dunque l’esposizione è pensata come un distinto contributo artistico e culturale per la città di Pisa ed è incentrata sul tema della Spina che sarà approfondito anche nei testi in catalogo dal teologo Maurizio Gronchi e dallo storico dell’arte Antonio Natali, già direttore della Galleria degli Uffizi. “La mostra – commenta Riccardo Buscemi, Presidente de Il Mosaico – è una suggestiva miscelazione di arte antica e arte contemporanea che vuole spingerci a riflettere”.

Orario d’apertura: Venerdì ore 15.00 – 17.00, Sabato e Domenica ore 10.30 – 12.30 / 15.00 – 17. 00. Ingresso libero. Per info telefonare al 338 991 22 40 oppure scrivere a ricbusc@tiscali.it

L’artista. Fabio Calvetti nasce nel 1956 a Certaldo, cittadina patria di Giovanni Boccaccio in provincia di Firenze. Si diploma al Liceo Artistico e successivamente si iscrive all’Accademia di Belle Arti di Firenze. Qui segue la Scuola di Fernando Farulli che lo inserisce in un ristretto gruppo di studenti che attueranno una serie di esperienze pittoriche a contatto con diverse realtà sociali. Nel 1978 si diploma all’Accademia di Belle Arti, di questo periodo porterà sempre con sé le ragioni etiche del fare arte. 

Le tematiche della sua pittura sono indirizzate soprattutto all’analisi interiore e alle difficoltà di comunicazione indotte dal veloce modificarsi degli schemi sociali. Filo rosso della sua ricerca sono l’attesa, l’assenza, i silenzi dell’anima, uno spazio vuoto prolifico di domande. Spesso è protagonista una donna sola, elegante, spesso sensuale calata in interni di case o bar sospesi nel tempo e nello spazio, altre volte protagonista è l’ambiente stesso, un scorcio d’interno o di città notturna. In un contesto di atemporalità quasi teatrale e senza luce naturale, le donne sembrano in ascolto di se stesse, in attesa che qualcosa accada o che una qualche risposta.

La sua attività espositiva inizia fuori dall’Italia sviluppandosi in Oriente e in tutta Europa attivando così collaborazioni permanenti con gallerie come la Shiraishi Gallery di Tokyo, la Schortgen Galerie in Lussemburgo, la Medici Gallery di Sarasota USA, la Galerie Saint-Hubert di Lione e la Galerie Tournemine di Parigi.

In questi anni è ricca e costante è la sua presenza anche alle Fiere internazionali di Ginevra, Amsterdam, Strasburgo, Gand, Den Haag e Kortrijk.

Dopo questa esperienza internazionale le arrivano le significative personali di Napoli alla Casina Pompeiana, di Certaldo nel Palazzo Pretorio e si Palazzo Venezia a Roma e di Pietrasanta nel Chiostro di Sant’Agostino.

Il lavoro internazionale continua negli anni attraverso molte personali tra cui quelle di Brest al Crédit Mutuel de Bretagne, di Tokyo al Shinjuku Park Tower, di Weimar alla Galerie Hebecker, di Noumea in Nuova Caledonia alla Galerie Australe, di Osaka alla Daimaru Gallery, alla Am Bollwerk di Neuruppin in Germania, alla  Galerie 13 di Montpellier e tante altre.

Di rilievo le sue esposizioni a Kwangju Rep. di Corea City Art Museum,  a Roma nel Palazzo  Venezia, a Venezia nella Biblioteca Marciana, a Montaione nel complesso Monumentale di San Vivaldo, a Volterra nel Palazzo dei Priori e a Seoul nel Seoul Art Center. In Giappone è stato inserito nell’importante progetto del World Artist Tour.

L’associazione culturale Il Mosaico. Nata nel 2006 e presieduta da Riccardo Buscemi, si propone finalità culturali sul territorio della provincia di Pisa. Dal 2011 organizza “I Quattro Concerti di Quaresima e Uno di Pasqua”, momenti musicali in luoghi più o meno noti della Città. Dal novembre 2012 ha attivato presso la Casa Circondariale di Pisa il Progetto Musica Dentro, il corso di educazione musicale riservato ai detenuti, grazie al finanziamento della Fondazione Pisa. Promuove sul territorio altre attività culturali di valorizzazione del patrimonio artistico e culturale locale.

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L’estate di Palazzo Blu

Per tutto agosto c’è ancora la mostra De Chirico e la Metafisica, quella sulle illustrazioni dell’Inferno di Dante e il museo è aperto anche a ferragosto. Naturalmente dal 6 di agosto è necessario avere il green pass per entrare, ma perché non approfittare delle ferie per scoprire o riscoprire le meraviglie di Palazzo Blu?

Sempre aperti, anche a Ferragosto e con le aperture serali del palazzo fino a mezzanotte, che proseguono anche ad agosto nelle serate di venerdì e sabato. A Palazzo Blu l’attività non si ferma e continuano fino al 5 settembre le visite alle mostre in corso. Per De Chirico e la Metafisica, la mostra dedicata a uno degli artisti italiani più conosciuti al mondo, si apre l’ultimo mese di esposizione delle 80 opere selezionate da Saretto Cincinelli e Lorenzo Canova per raccontare tutte le fasi del percorso artistico del pictor optimus. Dalle prime opere “böckliniane” della fine del primo decennio del Novecento agli anni Dieci della grande pittura Metafisica; dai capolavori del periodo “classico” dei primi anni Venti della “seconda metafisica” parigina, fino ai Bagni Misteriosi degli anni Trenta, alle straordinarie ricerche sulla pittura dei grandi maestri del passato riscontrabili nelle nature morte, nei nudi e negli autoritratti, realizzati tra gli anni Trenta e gli anni Cinquanta, giungendo all’ultima, luminosa fase neometafisica che recentemente ha riscosso un grande interesse internazionale.   

È aperta anche la mostra Tom Phillips Dante’s Inferno. La mostra, che si inserisce nella rassegna degli eventi dedicati ai 700 anni dalla morte di Dante, è un commento visivo dell’Inferno dantesco, realizzato dall’artista britannico contemporaneo Tom Phillips a corredo della sua traduzione del testo di Dante in inglese per la prestigiosa edizione uscita nel 1983 per i tipi di Talfourd Press. La mostra è a ingresso gratuito fino al mese di agostocosì come è gratuito l’ingresso, sempre fino ad agosto, alla collezione permanente.   

A partire dal 6 agosto 2021, per accedere al Museo è richiesta la certificazione verde COVID-19 (Green passinsieme al documento di identità.  

palazzoblu.it dechiricopisa.it e dante.palazzoblu.it   

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Estate, tempo di mostre

Al Museo della Grafica sono aperte al pubblico le mostre Antonio Possenti. Il gioco dell’oca e Giovanni Possenti. Animali e altre cose. Perché l’arte a Pisa non va mai in vacanza.

Con questa inaugurazione il Museo della Grafica completa l’allestimento delle sale espositive, che vedranno aperte al pubblico, per tutto il periodo estivo, le cinque mostre Dalle Collezioni; Netsuke. Capolavori dalla Collezione Bresciani; Lo scrigno svelato. Tesori d’arte dalle collezioni pisane; Antonio Possenti. Il gioco dell’oca e Giovanni Possenti. Animali e altre cose.

museodellagrafica.sma.unipi.it/2021/07/mostre-antonio-possenti-il-gioco-delloca-e-giovanni-possenti-animali-e-altre-cose/
museodellagrafica.sma.unipi.it

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Arte a cielo aperto

Pisa torna ad essere museo all’aperto con la mostra delle sculture di Franco Adami, il pisano adottato da Parigi che con le sue figure umane, disumane, mitiche, popola il centro storico e il litorale di esseri ibridi, al di là delle classificazioni, che ci parlano con il loro silenzio.

Fino al 23 settembre 14 sculture saranno disposte in dieci installazioni tra il centro storico e il litorale: sono le creazioni raccolte nella mostra Franco Adami. L’uomo e i grandi miti che riporta le opere dell’artista pisano nella sua terra d’origine. Un’estate, ancora una volta, all’insegna dell’arte, gratuita e fruibile senza limiti di orario, intesa come bellezza della quale circondarsi; una bellezza che ci parla, muta, dalle strade e dalle piazze; una bellezza da incontrare per la strada, che ci viene incontro in silenzio, ma carica di cose da dire.

Un itinerario artistico che si snoda tra la Cittadella, gli Arsenali Medicei, piazza Cavallotti, piazza San Matteo, Palazzo Blu, Chiesa della Spina, piazza Vittorio Emanuele, per proseguire sul Litorale con installazioni in piazza Baleari, piazza Belvedere e Calambrone.

“Nato nel 1933 ad un passo dalla Torre – dichiara il curatore della mostra Massimiliano Simoni – Franco Adami ha raggiunto la fama e la notorietà in Francia dopo essersi formato a Parigi, la città più feconda per quello che riguarda l’arte contemporanea. Nel corso della sua carriera ha attraversato varie fasi e oggi ce le racconta tutte attraverso questo percorso ideale formato da 14 grandi opere disseminate in 10 delle più belle location della città e del litorale”.

Franco Adami. La famiglia di sua madre possedeva uliveti e suo padre era un chirurgo ortopedico. Innamorato della natura, è cresciuto in campagna sulle colline che circondano la Certosa. Era un bambino curioso e indipendente che riconosceva e imitava alla perfezione i canti degli uccelli. Attento, sviluppa un grande legame con il mondo animale e il suo cane è il suo eterno compagno. Ha studiato all’Istituto Leonardo Da Vinci di Cascina dove ha scoperto la lavorazione del legno e ha frequentato il Magistero di Porta Romana a Firenze prima di proseguire le sue ricerche l’Ècole des Beaux Arts di Parigi. Parigi, centro culturale internazionale, lo ha fatto sognare e gli ha teso le braccia nel 1958 con l’amicizia dello scultore Collamarini. Riesce a stabilirsi nella capitale francese nel 1959 dove stringe un intenso rapporto di collaborazione con il grande cubista russo Zadkine. Frequenta, in uno scambio artistico, Marino Di Teana, Antoine Poncet, César, Arman. Dal 1960 e per l’intero decennio, nel suo atelier di Faubourg Saint-Antoine di Parigi comincia a lavorare soprattutto il legno, materiale allora più facile da reperire e scolpire: questi anni corrispondono ad un periodo di ricerca nello svolgimento della sua opera e, nonostante l’accostamento all’arte contemporanea – in particolare quella di Zadkine e di Moore – il suo lavoro resta figurativo. Alla Francia sono legati i suoi esordi, quando nel ’75 partecipa per la prima volta al Salon d’Automne e nel ’76 al Salon des Realités Nouvelles, avendo ormai delineato il proprio linguaggio scultoreo nell’ambito di una figurazione sintetica di profonda qualificazione simbolica. Stringe intesi rapporti di collaborazione Franco Adami è famoso per il suo stile le cui linee e le forme sono facilmente riconoscibili. I suoi bronzi e le sculture di creature ibride ispirate, tra le altre cose, alla mitologia antica, sono realizzati con materiali nobili o rari come il marmo, l’onice o il porfido e il bronzo. Durante la sua carriera riceve numerosi premi e la sua notorietà, dopo l’Europa e l’Africa, arriva anche in Asia con una grande esposizione a Seul, in Corea del Sud. Oggi le sue sculture si trovano in tutti i musei d’arte moderna del mondo, nella maggior parte delle fondazioni e nelle principali collezioni private. Con la Mostra di Pisa (3 luglio 2021 – 26 settembre), dopo un lungo viaggio, torna finalmente a casa e le sue 14 monumentali sculture, disseminate tra il centro storico e la marina, ci raccontano de L’Uomo e i Grandi Miti.

Le creature di Franco Adami. Focalizzandosi sull’essenza dell’essere umano, Franco Adami interroga prima di tutto l’essere e il suo modo di esistere. Essere è un atto immediato che traduce una volontà di vivere. Annuncia l’inizio, il principio di un’avventura. Quanto alla parola “esistere”, se è onnipresente nel cuore, nella vita e nel carattere dell’artista, significa: “uscire da”, “manifestarsi, essere fuori di sé”, invita a rompere l’involucro carcerario che impedisce di affrontare il mondo. Ogni essere di Franco Adami testimonia questo immenso bisogno di vivere. Le ellissi pronte a dispiegarsi sulla parte superiore dell’opera Liberazione lasciano percepire la nascita di una forma, di una vita. E’ l’inizio di una nuova esistenza. Con la pressione del corpo, la crisalide si libera dalla sua costrizione che neutralizza ogni movimento. È un’esperienza che si verifica nella vita di ogni uomo, nella storia di ogni civiltà. È un invito a liberarsi dei vincoli circostanziali.

Le potenti creature di Franco Adami dalle linee pure, sobrie e statiche, rappresentate qui dai Totems e dai Centurions, traboccano di vita. Non si tratta di statuette inanimate e decorative, ma di colossi abitati da un’anima, da una coscienza, che si esprimono per mezzo dei loro occhi. Di forme perfette e lisce, vengono a costruire e completare la composizione, pur imponendosi come un vero e proprio sguardo. Con il riflesso del bronzo, l’occhio è allo stesso tempo uno specchio del mondo e una finestra sull’anima, che insieme interrogano e rinterrogano i passanti.

Essere significa dunque vivere. Il linguaggio e la logica sociale impongono che si definisca il suo campo d’azione. È impossibile “essere” in un modo libero. Il sostantivo Essere deve essere accompagnato da un qualificativo, un attributo che determina il tipo dei suoi atti: essere umano, essere inumano. L’uomo qui, si oppone all’animale. Con il rischio di contrariare alcuni filosofi, Franco Adami rifiuta questa classificazione riduttiva e condiscendente. I suoi esseri sono creature umane, inumane e animali allo stesso tempo. 

Horus illustra la complessità di questo stato di essere. Quest’antica e arcaica divinità egizia ha conosciuto diversi aspetti nel corso dei secoli. Spesso identificata dal falco nei testi antichi, è universalmente riconosciuta come un uomo ieracocefalo (uomo con testa di falco). Il suo nome, che significa “lontano” in riferimento al volo maestoso del rapace, è associato alla monarchia faraonica. Egli si presenta allo stesso tempo come un Dio protettore dell’habitat e della città e una divinità cosmica. Si tratta di una creatura favolosa dotata di organi straordinari. I suoi occhi ibridi rappresentano il sole e la luna. Uno dei suoi occhi feriti da suo zio Seth, successivamente guarito da Thot, è associato all’altro notturno, che appare e scompare in cielo. 

Franco Adami non cerca di illustrare il mito nella sua complessità, è solo affascinato da questa creatura umana, animale e cosmica che infrange le classificazioni consuetudinarie. 

Le Tartarughe installate in piazza dei Miracoli si rispondono faccia a faccia. Sono sormontate da un guscio di forma arrotondata e sorretta da larghe arcade, che evoca le cupole delle Chiese romaniche. Les Centurions fanno riferimento al mondo romano e Il cavaliere nero alla letteratura medievale, si tratta di un cavaliere in campagna che desidera viaggiare nell’anonimato. Coprendo il suo stemma di pittura nera, il cavaliere cancella le caratteristiche che faranno di lui la sua originalità in modo che possa muoversi senza costrizione, né appartenenza; rifiutando di dare il suo nome, il cavaliere conserva il segreto di ciò che è. Quest’opera pone allora la questione dell’identità: “Chi sei?” L’interlocutore introduce la sua relazione all’altro e si interroga sulla propria identità. Così una stessa persona può essere sia il figlio di sua madre, l’allievo del suo insegnante e il vassallo del suo signore. Mantenendo il mistero, il cavaliere rimane libero senza generare indifferenza. Al momento del passaggio, ciascuno potrà formulare suggerimenti che si configurano come veri e propri enigmi. L’abbraccio invece esprime il sentimento amoroso e il bisogno dell’altro. Il desiderio è così forte che i corpi si fondono in modo perenne e irreversibile, dando così origine ad una mostruosa creatura bicefala, tenera e allo stesso tempo accattivante.

A immagine di certe divinità antiche, gli esseri inspiegabili o le creature mostruose di Franco Adami pongono degli enigmi che conviene a ciascuno risolvere. L’enigma è più di una semplice domanda, è un problema. Tra gli antichi greci, gli enigmi sfidavano la comprensione e sconvolgevano le regole convenzionali della logica. Essa suscitava anche, nel più comune dei mortali, la paura di non possedere la risposta. Richiamate a verità profonde mai formulate, le soluzioni potrebbero scuotere il processo del ragionamento tradizionale. L’opera di Franco Adami interpella e incita alla riflessione. Comprenderla significa acquisire una migliore conoscenza di sé e del mondo circostante. Gli esseri misteriosi di Franco Adami offrono uno spazio di libertà, un luogo di disordine nelle città poliziesche della società attuale.

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De chirico di sera

Con le aperture serali Palazzo Blu ci dà la possibilità di ammirare la mostra di De Chirico fino a mezzanotte il venerdì e il sabato: perché anche l’arte può farci compagnia nelle serate estive (e renderci almeno un po’ di quel tempo in cui la mostra è stata inaccessibile).

Cosa facciamo venerdì sera? E sabato? A lungo chiusi in casa, ora siamo felici di tornare a farci domande di questo tipo. E a lungo chiuse nelle sale di Palazzo Blu, le opere della mostra su De Chirico, sono rimaste private del loro senso: essere ammirate. Dal 9 luglio la mostra De Chirico e la Metafisica a Palazzo Blu apre in via straordinaria fino alla mezzanotte nei giorni di venerdì e di sabato, per di più con un biglietto ridotto per chi entra dopo le 19.

Cosa facciamo venerdì o sabato sera? Un gelato, certo, una birra, sempre, e tanta tanta arte.

La mostra ‘De Chirico e la Metafisica’, curata da Saretto Cincinelli e Lorenzo Canova, racconta l’opera del Pictor optimus in un lungo viaggio attraverso immagini e parole. Uno degli elementi principali del progetto è la scoperta della collezione personale dell’artista, i “de Chirico di de Chirico”che sono il fulcro del progetto espositivo, composto da un grande numero di opere provenienti da La Galleria Nazionale di Roma – donate nel 1987 dalla moglie del pittore, Isabella – e dalla Fondazione Giorgio e Isa de Chirico. Una mostra che permette di conoscere de Chirico grazie a una serie di disvelamenti che aprono il sipario sui suoi enigmi, che hanno lasciato tracce profonde lungo l’arco del Novecento e che ancora oggi ispirano le nuove generazioni di artisti. La mostra è organizzata da MondoMostre, con il supporto di Fondazione Pisa e grazie alla importante e generosa collaborazione dei prestatori, tra questi le più prestigiose istituzioni nazionali d’arte moderna, quali la Pinacoteca di Brera e il Museo di arte moderna e contemporanea di Trento e Rovereto (MART), la Fondazione Giorgio e Isa de Chirico e de La Galleria Nazionale d’Arte Moderna e Contemporanea di Roma.  

palazzoblu.it dechiricopisa.it 

Ufficio stampa Fondazione Pisa : Susanna Bagnoli  bagnoli@fondazionepisa.it 

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Lo scrigno pisano

Una mostra a Palazzo Lanfranchi svela una serie di veri e propri tesori d’arte conservati nelle collezioni pisane: fino al 27 febbraio 2022 Lo scrigno svelato ci racconta la Pisa che è stata attraverso le persone, le cose, la storia.

S’intitola Lo scrigno svelato. Tesori d’arte dalle collezioni pisane la mostra ospitata a Palazzo Lanfranchi fino al 27 febbraio del prossimo anno. Un titolo che sembra vago e che invece si riferisce tanto alle opere effettivamente in mostra quanto al contenitore, il palazzo stesso che ce le presenta nelle sue sale che valgono, da sole, una visita.

In queste sale, una serie di opere, inedite o particolarmente rare e preziose, legate alla città, alla sua storia, ai suoi monumenti e ai suoi protagonisti.

Dipinti, sculture, disegni, stampe, libri, manoscritti e costumi, selezionati e composti dal curatore Alessandro Tosi, provenienti dai più importanti musei e biblioteche pubbliche e da molte collezioni private, sono esposti in un suggestivo percorso che nelle sale del Palazzo Lanfranchi ricompone, attraverso i secoli, il racconto di una città e di alcune delle sue più belle e significative testimonianze artistiche.

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Dante dal vivo

E se a guidarci alla mostra Inferno. Bestiario dantesco fosse proprio Dante in persona? Il Museo di Storia Naturale di Calci organizza per il 10 luglio visite guidate teatralizzate in collaborazione con City Grand Tour.

Alla scoperta dei riferimenti danteschi all’interno del Museo di Storia Naturale: il Sommo Poeta in persona ci accompagnerà in un viaggio ancor più emozionante perché raccontato in prima persona.

Data: sabato 10 luglio
Orario: primo turno ore 10, secondo turno ore 11, terzo turno ore 12.Le visite hanno la durata di circa 45 minuti.
Numero massimo di partecipanti: 12 persone a turno.
La prenotazione (al 348 4352485) è obbligatoria entro il giorno precedente alla visita.

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Se l’arte è attesa

Dissacratoria, universale, inconsolabile: l’arte di Romano Masoni in mostra al Museo di Storia Naturale di Calci con Stellemiti: installazioni, dipinti e incisioni dell’artista toscano saranno esposti dal 2 luglio al 5 settembre all’interno della Galleria dei Cetacei.

“Un ragionamento su se stesso, con la consueta forza dissacratoria, che ha i caratteri di indubbia universalità.” Con queste parole Luigi Sirota presenta l’artista toscano, ricordando anche l’intervista di Alberto Pozzolini di qualche anno fa: “Heinrich Böll, un giorno, propose di definire l’arte con tre semplici aggettivi, due dei quali a me sembrano piani e semplici, prevedibili, il terzo, invece, una scudisciata inaspettata. L’arte, per Böll, è libera (frei), ordinata (geordnet) e inconsolabile (untröstlich). Me ne sono ricordato quella sera del 2009 quando a San Miniato Masoni fu premiato insieme ai due più illustri concittadini, i registi cinematografici Paolo e Vittorio Taviani. In mezzo ai due registi, ho capito gli aggettivi di Böll, ho capito che i Taviani sono rei (liberi) e geordnet (ordinati) e che il mio Romano è untröstlich (inconsolabile)”.

Ilario Luperini, nel suo testo a corredo del catalogo della mostra, racconta la ricerca di Masoni come “una ricerca motivata solo da interessi creativi che si sviluppa tra rabbie esistenziali ed esili fili di malinconia, preceduta da lunghe meditazioni intorno all’uomo, e al suo attuale svilimento.”

Lo stesso Romano Masoni, infine, ce ne offre la chiave interpretativa: “Stellemiti – dice – nasce così. Nasce sul sopra e sul sotto. Non sono capace di salire né più in alto né più in basso. Tutto il resto mi sembra muto. Come vedi mi fermo a un mucchio di ossa e di carcasse e ugualmente mi sento inghiottito in un abisso che trovo irragionevole e mi spaventa. Insomma, caro Ilario, qui si viaggia sopra i morti, che poi vuol dire camminare e abitare tempi e memoria. Mi sento come quel motociclista all’inizio, viaggiatore cieco e mascherato che conosce i ponti e le muraglie e comprende gli inciampi e i segni della terra. Ho cominciato la storia con lui e le sue cartografie e ho chiuso con la carcassa di un Batrace in movimento (un rospo) che si ferma dopo una lunga marcia e aspetta. Come aspetto io”.

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