Tutto finisce?

Finisce quello che sappiamo che finirà e quello che non pensavamo potesse mai cambiare; finiscono le cose belle, le cose brutte, quelle che ci piacciano e quelle che non sopportiamo. Finiscono gli amori e le amicizie, finiscono le gavette e le carriere; finiscono le feste più divertenti e le ore di matematica, le estati, gli anni, le vite.

O forse no? Forse le cose si trasformano, tutto si trasforma: una relazione, di qualsiasi tipo essa sia, fra persone, ma anche quelle che instauriamo con i luoghi, con gli oggetti, con le sensazioni stesse che proviamo, si trasforma e allora un dovere può diventare un’abitudine, una costrizione può diventare l’occasione di guardare il mondo e noi stessi da una prospettiva diversa. Una crisi, si dice, può diventare un’opportunità, una paura può diventare esperienza, la noia creatività e l’isolamento condivisione; e se ci sono dolori o perdite senza dubbio più difficili da accettare, guardandoci intorno ci accorgiamo che i migliori non sono quelli che eliminano, o tentano, o fingono di eliminare quei dolori, ma coloro che riescono, arte sublime, a trasformarli in qualcosa di diverso.

Come un amore, che resta sempre un amore pur cambiando mille volte la propria forma, è tanto più forte e più bello proprio perché si arricchisce ed esprime tutta la sua profondità e la sua forza travolgente nel sapersi mutare, così tutto quello che ci accompagna è fatto per cambiare con noi, ammesso che glielo permettiamo.

Finisce l’isolamento, finisce la rubrica che ha provato a raccontarlo, finisce, più o meno, un periodo che segnerà, in un modo o nell’altro, tutti quelli che l’hanno vissuto. O forse no: semplicemente, si trasforma.

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Prove tecniche di estate

Quelli troppo vicini, quelli troppo fissati, quelli già troppo già abbronzati, ma dove l’hanno preso? Troppo invidiosi, quelli che non sono lì in costume; troppo freddo ancora, quelli ancora con la felpina; troppo caldo, quelli che già fanno il bagno; troppo vento, non correre che sudi e poi ti ammali e in questo periodo non si possono prendere le frescate, le mamme ansiose; troppo bello poter finalmente correre e giocare sulla spiaggia, i bimbi smaniosi di sgambare almeno un po’, finalmente. L’estate si avvicina, comunque la pensiamo.

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Scusa Giugno

Scusa se non siamo pronti, non ancora, se ci siamo fatti trovare impreparati, se non sappiamo accoglierti come meriti. Scusa se non abbiamo organizzato niente di speciale: sì certo, abbiamo avuto l’idea di ripensare a tutte le volte che abbiamo festeggiato insieme, tra lumini, regate, rievocazioni e tanta tanta pisanità; ma è come guardare le foto dei compleanni passati: è bellissimo, ma è non è come fare una festa per il compleanno presente. E non pensare che non ci siamo sforzati di mettere insieme le idee, di creare qualcosa di simbolico che sappiamo che comunque apprezzerai: perché sei fatto di passione e queste cose le capisci. Scusa Giugno: chiediamo scusa a te, ma quelli che soffriranno di più siamo noi, frustrati di non poter brindare con te ad una nuova estate che sta per cominciare, ad una nuova notte magica illuminata dalle candele, ad una gara sull’Arno, ad un Gioco che ci contrappone e ci unisce tutti. Chiediamo scusa a te che sei la somma delle nostre tradizioni, del nostro legame col passato e della nostra voglia di rinnovarlo ogni anno, quel passato. Scusa Giugno: quest’anno non possiamo proprio presentarci all’appuntamento. E già ci manchi.

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L’attesa del piacere

Che i fiori sbocciati siano belli si sa. Ma il boccio che è lì che si schiude, che ti sembra di sentire il fruscio dei petali che scorrono l’uno sull’altro abbracciati, che ancora non profuma o forse sì, appena appena, e ti viene da avvicinarti per sentirlo meglio, ma hai paura di sciuparlo, di rompere l’incantesimo, di intrometterti in un momento magico, unico, intimo; quello, il boccio che ancora non è un fiore, porta in sé una poesia diversa, delicata, forse più difficile proprio perché implicita, ancora non espressa. L’attesa del piacere è essa stessa il piacere? E allora ora, ad un passo dalla fine dell’isolamento, quando già si intravede la libertà che a lungo abbiamo aspettato, è un momento tutto da vivere, delicato e bellissimo.

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Bentornato ritardo

Bentornato traffico, bentornato rumore, bentornate code, anche se di quelle avevamo fatto la scorta davanti ai supermercati; bentornati impegni che si accavallano, bentornata agenda, ben tornati appuntamenti da segnare. Troppo facile essere felici di rivedere gli amici, andare a una mostra o a cena fuori: bentornate a tutte quelle cose che mai avremmo pensato di desiderare e che invece, un pochino, ci sono mancate. Magari proprio mancate no, ma riviverle ci fa piacere perché è un segno di ritorno ad una specie di normalità. E allora bentornato anche al ritardo con cui si scrive la rubrica giornaliera e a quello con cui ritorneremo a fare un sacco di altre cose.

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La forma e la sostanza

La banda che suona sotto le Logge di Banchi il 2 giugno è per i Pisani una tradizione semplice ma irrinunciabile. Trovarsi lì per battere le mani insieme agli altri, scacciando i piccioni mentre i genitori con i bimbi sulle spalle si muovono a ritmo, aspettando il momento dell’Inno e sgomitando per potersi appoggiare ad uno dei pilastri, no, non è la cosa più importante, soprattutto in questo momento di incertezze e difficoltà. Però è parte della tradizione, del rito popolare che sentiamo più nostro proprio perché è ristretto ai locali, a quelli che io sono sempre venuto, mi spetta una sedia in prima fila. Ai parenti venuti per applaudire il nipote che suona il flauto traverso e a chi era andato a mangiare un gelato, ci si ritrova per caso e si ferma a godere il fresco dell’ombra in un pomeriggio di quasi estate. Sapere che quest’anno non potremmo farlo ci fa dire all’unisono che la diretta streaming del concerto nella Sala delle Baleari ci farà sentire uniti anche a distanza, ma sotto sotto ci domanderemo se un po’ di quella forma a cui dobbiamo rinunciare non sia in realtà anche sostanza. E a quanto sarà bello riappropriarcene quando finalmente potremo farlo.

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Imparare la pazienza

Sapete quando c’è la torta nel forno e non vediamo l’ora di mangiarla e invece bisogna aspettare? Abbiamo seguito la ricetta passo passo, abbiamo fatto tutto quello che si doveva fare, ma proprio per questo ora che ci fermiamo sentiamo di avere diritto ad una ricompensa, nella fattispecie una ricompensa con le caratteristiche organolettiche proprio della torta che ci guarda di là dal vetro. Se poi abbiamo anche resistito alla tentazione di assaggiare l’impasto passando il dito sulla ciotola nella quale abbiamo mescolato l’impasto l’urgenza della ricompensa si acuisce. E invece dovremmo imparare che la pazienza è un ingrediente fondamentale e se saltiamo quel passaggio, pensando che sia come la stecca di cannella per insaporire, che puoi anche non metterla, aprendo il forno in anticipo sciupiamo tutto. E, forse, non vale solo per le torte.

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Dove vorresti essere?

Ma non è che se andiamo tutti insieme da qualche parte, lì dove abbiamo sognato di andare nei mesi di clausura forzata, poi succede che quel posto non è più esattamente il posto dove vorremmo andare?

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Va bene, quasi, tutto

Va bene le regole, va bene il rispetto, va bene la gravità della situazione, va bene l’eccezionalità; va bene la collaborazione, va bene la responsabilità personale, va bene il contributo personale alla causa, va bene il “se ognuno fa la sua parte”; va bene che l’aperitivo non sia la cosa più importante del mondo, anche se forse è piazzato bene in classifica; va bene che la socialità fluida che si crea per le strade della città quando le giornate si allungano e hai voglia di fare tardi camminando mentre sorseggi qualcosa di fresco non vada d’accordo con i protocolli di sicurezza. Va bene, quasi, tutto; ma la notizia che dovremo trasformarci in assistenti civici, guardie volontarie, ma inermi, della condotta altrui, lascia perplessi: o si tratta di ronde o si tratta di quello che una volta si chiamava educazione o al massimo senso civico. Ma allora non era una brutta parola: significava che se vedevi qualcuno buttare una cartaccia per terra glielo facevi notare, quello arrossiva, si scusava e la buttava nel primo cestino che incontrava sgattaiolando via. Se è questo, non ha senso dargli un nome diverso, perché funziona solo se siamo tutti d’accordo; se invece sono ronde, siamo davvero sicuri che vadano bene?

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Il momento di buttarsi

A volte abbiamo paura anche della cose che ci piacciono. E sono le paure più difficili da superare: anche se le conseguenze delle scelte che abbiamo paura di compiere non cambieranno niente; anche se riguardano solo noi e il resto del mondo nemmeno sa che qualcuno, e quel qualcuno siamo noi, potrebbe avere paura di quell’esperienza, di quella scelta, di quella cosa. E’ come mangiare la prima ciliegia della stagione e temere che non sappia di niente, rovinando quel momento atteso da un anno circa. Non significa niente, è vero, non ci saranno, in ogni caso, grandi conseguenze. Eppure. Ora abbiamo, in tanti, paura di una cosa che abbiamo professato di amare alla follia negli ultimi tre mese e fatto, senza pensarci troppo, nel resto della nostra vita prima degli ultimi tre mesi: abbiamo paura di uscire, di vederci, di stare insieme; anche col buon senso, anche con le mascherine, anche con il distanziamento. Dobbiamo trovare il coraggio di buttarci, anche se le conseguenze potrebbero essere più significative della delusione per la ciliegia acquosa.

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