Il lavoro che cambia. Episodio 14: l’estetista

Daniela è la titolare dello Studio Estetico Nausicaa di Marina di Pisa: per capire come mettere in pratica tutte le procedure necessarie ha contato sulla propria voglia di lavorare bene, ma l’ha fatto volentieri perché, anche se con la ripartenza i clienti non mancano, la paura al momento della chiusura è stata tanta.

Cos’è successo al lavoro in questo periodo? E’ cambiato? Come? Ce lo raccontano i lavoratori pisani tra smartworking e ferie forzate, orari rivoluzionati e nuovi modi di interagire.

“Quella dell’estetista – racconta – è una professione a strettissimo contatto con il cliente e, già prima che i decreti lo imponessero, avevamo deciso di adottare norme igieniche e precauzioni speciali: avevamo capito che la situazione era grave e volevamo che i nostri clienti capissero il nostro impegno per la tutela di tutti”.

“Essere stata particolarmente previdente nell’adozione di queste misure mi ha dato inizialmente la sensazione di essermi protetta al meglio dal virus e ha lasciato spazio all’incertezza sotto il profilo economico. Quando siamo stati obbligati a chiudere lo studio, il primo pensiero è stato di paura per le conseguenze che ne sarebbero seguite: quanto sarebbe durato il lockdown? Avremmo ricevuto supporto? Come? Quando? Vivere nell’incertezza è stato il terreno fertile di preoccupazioni che mi hanno accompagnato per un po’: ho una dipendente e, oltre a contare io stessa sul mio lavoro, sento la responsabilità di rappresentare, come datore di lavoro, una sicurezza economica anche per lei”.

“Dopo i primi momenti di panico, mi sono data da fare e ho capito in che modo mettere in standby le scadenze e quali erano i miei diritti in questa particolare situazione; poi, grazie anche all’ottimo rapporto che ho con la mia collaboratrice, abbiamo cercato di venirci incontro per gestire al meglio la situazione anche dal punto di vista lavorativo: essere tranquilla, almeno relativamente tranquilla, anche sotto questo aspetto, mi ha aiutato a concentrarmi sul lavoro che mi aspettava per poter ripartire quando sarebbe arrivato il momento”.

“Certo, quando i numeri della pandemia hanno iniziato ad impennarsi ed è stato chiaro che il rischio di contrarre il virus era alto e le conseguenze potenzialmente gravissime, ho avuto paura: per me e per i miei genitori, che sono anziani e che naturalmente fanno affidamento su di me. Realizzare che la posta in gioco è la vita mi ha fatto sentire tutta la responsabilità delle mie scelte e non ho avuto dubbi, insieme a mia sorella, nel sostituirmi anche alle persone che di solito li aiutano nelle incombenze domestiche. Ho rinunciato anche a vedere qualche cliente che mi chiedeva consulenze casalinghe proprio perché era chiaro che anche una singola deroga alla regola avrebbe potuto essere rischiosa”.

“Durante la lunga attesa che i dati sulla diffusione del virus migliorassero, mi sono data da fare per capire in che modo ripartire: tante, troppe informazioni si sono sovrapposte, spesso accavallandosi e facendo confusione sui protocolli. Con pazienza, buon senso e voglia di lavorare al meglio, ho capito come comportarmi quanto a precauzioni, sanificazioni, prodotti e distanziamenti all’interno dello studio estetico: il mio è un mestiere che mi mette a strettissimo contatto con i clienti da un punto di vista fisico, ma che spesso si basa anche su un rapporto di fiducia fra di noi. Per lo stesso motivo per cui, anche in condizioni normali, ci si deve in qualche modo fidare di chi ci mette le mani addosso per un trattamento, a maggior ragione si pretende cura e attenzione in un periodo in cui una leggerezza potrebbe avere conseguenze gravi. E’ mio interesse che i clienti si fidino di me non solo come estetista, ma, prima di tutto e soprattutto in questa situazione, come persona”.

“Restare a casa, di per sé, non mi è pesato: ho rallentato per un po’ il ritmo frenetico di appuntamenti e impegni, concedendomi tempo per me stessa e per la mia casa, oltre che per i miei familiari. Sono felice, naturalmente, di ripartire, ma vorrei fare tesoro della lentezza che mi sono concessa in questo periodo. Al contrario di altri tipi di attività, per i servizi alla persona in tanti non vedevano l’ora di poter avere un appuntamento e tornare a prendersi cura di sé; dunque, una volta ripartiti, le paure lavorative sono svanite. Ma sono convinta che la consapevolezza acquisita rimanga invece e resti a far parte del nostro bagaglio culturale”.

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Il lavoro che cambia. Episodio 13: il professore

Francesco insegna storia e filosofia al Liceo Scientifico Buonarroti e al Liceo Artistico Russoli, e proprio perché crede che la scuola abbia una funzione che va ben al di là delle nozioni che trasmette, è perplesso rispetto ai limiti della didattica a distanza. E alla farraginosità della burocrazia.

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“La classe – racconta – non è solo un luogo, certamente non solo un luogo fisico. Non essere più in quel luogo fisico, insieme ai ragazzi, ha in qualche modo rotto l’incanto che, tra quelle quattro mura, si crea ogni volta regalando una confidenza unica. Indipendentemente dalla materia trattata, dalle naturali tensioni, dalle simpatie, tra l’insegnante e la classe si forma un tutt’uno che è difficile da spiegare. Si tratta di un’atmosfera meravigliosa e delicatissima.”

“Delicata perché fatta di sensibilità che si intrecciano, di comprensione, di capacità empatica che, in classe, trovano il luogo fisico dove potersi sviluppare e crescere nel tempo. Ecco perché dover fare a meno di quel luogo fisico costituisce una mancanza così grave: quell’incanto così delicato difficilmente resiste ad un urto come quello che ha subito con questa sospensione forzata; ed ecco perché la didattica a distanza, che naturalmente è comunque importante e permette almeno di non interrompere del tutto la continuità, non può sostituire che in parte le lezioni in presenza.”

“Utilizzare le piattaforme messe a disposizione dalla scuola per il mero scambio di compiti assegnati ed eseguiti sarebbe stato del tutto svilente del ruolo degli insegnanti. La didattica online serve, certo, ad andare avanti con i programmi, a tenere vivo l’interesse e l’impegno dei ragazzi, ma permette anche di mantenere un contatto, pur labile, con la classe intesa come magia astratta che si compie in quel luogo fisico. Così preziosa da non poter rischiare di essere persa.”

“Le differenze rispetto alle lezioni in presenza sono enormi e richiedono grandi sforzi da parte di tutti: vedersi attraverso uno schermo non significa solo rinunciare alla presenza, ma anche entrare nelle case degli altri, con la voce o con le immagini. Non tutti accettano per esempio di mostrarsi e io non forzo nessuno in questo senso: bisogna sempre ricordare che si tratta di ragazzi per i quali ogni svelamento può essere vissuto come un’intrusione. Per lo stesso motivo anche quello che diciamo, sia io che loro, ha immancabilmente un tono diverso, anche solo per il fatto che altri, per esempio un familiare, potrebbero sentirlo. Intromettendosi di fatto, anche se involontariamente, in quella atmosfera unica nata all’interno della classe.”

“Non so immaginare cosa succederà quando torneremo in classe, ma, per quanto riguarda il modo in cui la scuola si è organizzata in questo periodo, nonostante gli adempimenti burocratici ai quali questa nuova forma di didattica ci obbliga siano molto pesanti, il sistema si è dimostrato tutto sommato pronto, vista soprattutto l’eccezionalità della situazione”.

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Il lavoro che cambia. Episodio 12: la scuola materna

Giovanna è maestra di scuola materna: occuparsi di bimbi in età prescolare ha significato doversi inventare modi nuovi di far sentire la propria presenza, ma anche avere qualche perplessità sul rientro, quando distanziare i più piccoli non sarà facile.

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“Sappiamo tutti – racconta – che la chiusura delle scuole, di quelle materne come delle elementari o anche le medie, quelle insomma frequentate da bimbi che non possono restare soli, o non troppo a lungo, ha rappresentato un problema importante per le famiglie che, già in un momento più che delicato per la situazione generale, hanno spesso dovuto fare i salti mortali per riuscire a organizzarsi.”

“Credo però che quello che è successo abbia avuto un impatto particolare per gli scolari più piccoli: per loro la presenza fisica è importantissima, fondamentale, e per tanti di loro capire quello che è successo è davvero difficile. E non sto parlando di comprendere la natura del virus, la necessità delle precauzioni e delle misure di sicurezza, la portata del fenomeno a livello globale e le tante conseguenze che ne pagheremo: è chiaro che questo tipo di comprensione non sia alla portata di piccoli tra i 3 e i 5 anni. Quello che intendo è che per loro è difficile comprendere perché da un giorno all’altro i genitori non li hanno più portati a scuola.”

“Mi si stringe il cuore pensando che tanti di loro mi hanno salutato, l’ultimo giorno di scuola, quando già il decreto che imponeva la chiusura delle scuole era stato emanato, pensando di rivedermi il giorno dopo. Diversi di loro, mi hanno confermato i genitori, per giorni hanno continuato a chiedere di essere accompagnati a scuola.”

“Per i bimbi di quell’età, l’abitudine è un tassello con il quale costruire la quotidianità e ogni passaggio, ogni attività, ogni snodo della routine giornaliera contribuisce a costruire, oltre che nuove capacità e una sempre maggiore indipendenza, anche una base solida sulla quale costruire la propria realtà. E naturalmente questo vale ancor di più per le persone che abbiano un ruolo stabile in quella routine: al di là dei familiari, noi maestre rappresentiamo una sicurezza, siamo figure importanti, al di là di quello che siamo in grado di trasmettere come contenuti, anche per il fatto di esserci, di essere una presenza costante e perciò stesso rassicurante. Con la quale naturalmente il legame affettivo instaurato è importante.”

“Ecco che fin da subito noi insegnanti abbiamo ritenuto opportuno farci vedere, anche se solo in video, per salutare i bimbi per i quali non vederci, senza sapere perché, avrebbe potuto significare temere che non ci fossimo più e quindi innescare un meccanismo per il quale temere che, come noi, tutte le altre cose o persone importanti avrebbero potuto svanire da un giorno all’altro”.

“Parlare di didattica a 4 anni significa parlare di esempi, di modelli, di giochi di relazione e di ruolo, con i quali i bimbi possono imparare facendo esperienza, sperimentando sensazioni e provando ad esprimere loro stessi attraverso gesti, colori, musiche e relazioni con gli altri. Ricreare tutto questo senza essere fisicamente presenti è una sfida difficile, ma anche una sfida che non potevamo non accettare. Grazie alla piattaforma messa a disposizione dalla scuola abbiamo creato una sorta di bacheca virtuale sulla quale caricare proposte di attività che le famiglie avrebbero potuto riprodurre a casa, ma anche caricare a loro volta i lavori dei bimbi. Un modo di rimanere in contatto cercando di farci sentire presenti e non interrompere almeno l’abitudine a produrre, ad impegnarsi, a giocare costruttivamente.”

“Certo, in questo come in altri campi, questa emergenza ha fatto emergere quelle differenze sociali che a scuola si smorzano fino quasi a svanire: non tutte le famiglie sono in grado, per tanti motivi diversi, di seguire i figli, di connettersi alla piattaforma della scuola e fruire appieno di questa opportunità. Nonostante anche chi non era provvisto abbia potuto ricevere i supporti digitali necessari, le differenze restano e sono per me un grande dispiacere: la scuola deve annullarle e non riuscirci, anche se nessuno ne ha colpa, è un fallimento.”

“Ho più che qualche dubbio anche sul rientro a settembre: per ora non ci sono certezze, né sui tempi né, tanto meno, sui modi. Si è parlato di gruppi ridotti più facili da gestire anche in termini di distanziamento, ma è proprio questo aspetto a non convincermi. E non tanto, ripeto, perché i bimbi non siano in grado di capire le regole o la gravità della situazione, ma proprio per la funzione della scuola: tutto a quell’età ha, deve avere, la forma di un gioco e tutto si basa sulla presenza fisica, sul contatto, magari anche sullo sguardo. Ho paura che eliminare il contatto, l’abbraccio, la possibilità di esprimersi in maniera del tutto naturale non sarà affatto facile”.

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Il lavoro che cambia. Episodio 11: il b&b

Gabriele ha aperto il Relais Lorebian da circa un anno e finora era sempre stato un viavai di turisti che, se al momento non ci sono, hanno lasciato il posto alla possibilità di sperimentare soluzioni alternative.

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“Alla fine – racconta – ho deciso di non chiudere. La perdita di turisti, scandita da decine di cancellazioni giornaliere, pur preoccupandomi come indicatore di una situazione generale che si stava aggravando, non mi ha preoccupato più di tanto dal punto di vista lavorativo perché il b&b non è la mia unica fonte di reddito, ma mi rendo conto che per tanti colleghi sia stata catastrofica”.

“Ho deciso di approfittare di questo momento per sperimentare nuove soluzioni: tolti i turisti, non rimanevano che pochi lavoratori e qualche studente, ma concentrandomi su affitti più lunghi, ho tentato di riuscire a rientrare almeno delle spese”.

“Il Relais Lorebian è una struttura relativamente giovane nel panorama extra-alberghiero pisano, ma, inaugurata il 25 aprile scorso, proprio all’inizio dell’alta stagione, ha avuto da subito un notevole successo grazie ai tanti portali turistici che operano in campo locale e internazionale. Pisa è spesso, purtroppo, una città da gita mordi e fuggi, i turisti restano per una sola notte nella stragrande maggioranza dei casi e fino all’inizio dell’epidemia avevamo ancora arrivi e partenze tutti i giorni. Adesso la struttura assomiglia più a La Comune di Vintenberg, che ad un affittacamere professionale; una comune dove, purtroppo, niente può esser fatto in comune, se non in assoluta sicurezza”.

“Il Coronavirus sta cambiando la percezione del pericolo, aumentando l’intolleranza al rischio. Sicuramente, occorre attrezzarsi su tutti i fronti per poter trattare in sicurezza gli ospiti in ogni momento del soggiorno. Gli accorgimenti sono tanti: fondamentale l’uso di prodotti disinfettanti, ma altrettanto importante il trattamento di lenzuola e tessuti, che devono essere messi in specifici sacchi per la lavanderia, in modo da essere maneggiati in sicurezza. Fino alla gestitone dei rifiuti solidi potenzialmente a contatto con il virus e l’uso di equipaggiamenti protettivi personali in uso a tutto lo staff”.

“Si tratta, in ogni caso, di un lavoro da svolgere insieme, di concerto, perché senza la collaborazione dei nostri ospiti tutti i nostri sforzi risulterebbero vani. I tanti divieti che abbiamo affisso nella struttura servono proprio a rimarcare questo: usare le mascherine per accedere alle aree comuni, mantenere la distanza di sicurezza, non sostare sui divani della hall, non appoggiare o lasciare effetti personali negli spazi comuni, lavarsi spesso le mani con il gel a base alcolica presente dentro ogni camera”.

“Quest’esperienza ha fatto emergere quanto sia la vocazione turistica della città a trainare realtà come il Relais Lorebian. Al momento sono felice di poter contare su questa forma alternativa di affitto e guardo avanti con speranza. Nel film di Vintenberg c’è una grande idea di fondo che emerge: le cose possono cambiare ed essere migliori di prima. Questa è la speranza che ci permette tutti i giorni di andare avanti”.

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Il lavoro che cambia. Episodio 10: la maestra

Giulia è una maestra elementare e come tutti gli insegnanti è stata fra i primi a fermarsi. Ma sarà anche fra gli ultimi a ritornare a lavorare come prima che scoppiasse la pandemia, immergendosi fra l’altro in un ambiente in cui mantenere le distanze non sarà semplice.

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“Quando il primo grande decreto di quella che sarebbe diventata una lunga serie ha imposto di interrompere le lezioni – racconta – sono stata sollevata di non dover più andare a scuola: anche se fino ad allora, erano i primi giorni di marzo, dalle nostre parti non avevamo segni evidenti della sua diffusione, la pericolosità del virus era ormai chiara. E la scuola, popolata di bambini, per natura poco inclini al distanziamento e ad ogni altra imposizione, e per forza di cose incapaci di comprendere appieno la portata del pericolo, poteva trasformarsi in una bomba di diffusione”.

“Sollevata di non contribuire ad alimentare un potenziale ricettacolo del virus, ho avuto però anche un po’ di paura: al timore legato al contagio si aggiungeva l’incertezza su quello che sarebbe successo ad insegnanti ed alunni, su come avremmo potuto portare a termine i programmi o quanto meno non perdere del tutto quel legame, umano prima di tutto, che si crea nelle classi e in generale nella scuola. Dopo un paio di settimane nelle quali a dire il vero mi sono sentita un po’ persa, la mia dirigente mi ha avvertito che avremmo approfittato della possibilità della didattica a distanza: un’esperienza del tutto nuovo, ma che valeva la pena di tentare”.

“Non è stato semplice: noi insegnanti abbiamo dovuto rimodulare metodi e programmi per adattarli a questa nuova forma di contatto con la classe e i bimbi sono stati chiamati ad uno sforzo di attenzione diverso e certamente maggiore: seguire qualcuno che parla da dietro ad uno schermo, da casa propria, con mille occasioni di distrazione e poco controllo diretto, è certamente difficile anche per loro. Per non parlare di tutte le competenze che è stato necessario imparare sul campo e in pochissimo tempo: accedere alla piattaforma della scuola, caricare i compiti, capire come correggerli e reinviarli non è stato immediato. Adempiere a tutte le incombenze tecniche e contemporaneamente cercare di fare una lezione mantenendo alti interesse e attenzione dei bimbi può essere davvero molto faticoso”.

“A questo si aggiunga che non tutti gli alunni hanno la possibilità di essere seguiti dai genitori durante le lezioni o nello svolgimento dei compiti: per mille motivi, in tanti hanno difficoltà a collegarsi, a seguire, ad eseguire i compiti assegnati: anche solo produrre un file adatto alla necessità o fotografare un compito redatto a mano in maniera da farlo risultare comprensibile non è alla portata di tutti”.

“Al momento nessuno sa cosa ci aspetta e quale sarà la situazione alla ripresa delle lezioni, ma il rientro a settembre non si prospetta come un passo indolore: si parla di distanziamento anche all’interno delle classi, per le quali potrebbe essere decisa una turnazione che permetterebbe la presenza in contemporanea di un numero minore di alunni. Mi sembra molto difficile da attuare: difficile mantenere i bimbi distanti e, per quanto responsabili, pretendere che interiorizzino la gravità della situazione. Penso soprattutto ai più piccoli che, appena usciti dalla scuola materna, non sono ancora del tutto scolarizzati e cercano spesso il contatto fisico per essere tranquillizzati: la scuola non è solo un luogo in cui si imparano nozioni, ma soprattutto un ambiente in cui si cresce e ci si responsabilizza. Per farlo però c’è bisogno di un clima di serenità che temo sarà molto difficile instaurare”.

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Il lavoro che cambia. Episodio 9: il bar

Alla Carraia del Nicchio, in Borgo Largo, oltre a ottimi cocktail Claudio miscela passione e professionalità. E si fa venire idee su come superare le nuove sfide imposte dalla pandemia.

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“Fin da prima che il decreto del lockdown ce lo imponesse – racconta – abbiamo deciso di chiudere. Nel cartello che abbiamo esposto, come altri colleghi e commercianti pisani, spiegavamo con poche semplici parole che per noi era più importante pensare alla salute, nostra e degli altri, che restare aperti fra mille dubbi e tanta paura. Ricordo che quando già si sapeva del virus, ma ancora non c’era nessuna limitazione, i colpi di tosse un po’ più forti di un cliente mi hanno fatto sentire a disagio; quando ho capito che mia moglie, che lavora con me, da asmatica era un soggetto più a rischio, non ci ho pensato due volte e ho chiuso”.

“Una chiusura forzata e prolungata come quella che la situazione ci ha imposto, è un colpo duro per chiunque: noi non ci potevamo lamentare, ma dopo questo periodo di fermo totale le scadenze sono tante e, al di là del rimandarle per un po’, ho paura che si accavalleranno le une alle altre. E’ chiaro che sbrogliare una situazione così complessa non sia facile e che in tanti, tantissimi, hanno bisogno di supporto; credo però che sia intuitivo che, anche senza ricevere niente, già non dover dare sarebbe un sollievo”.

“Amando il mondo dei cocktail e l’atmosfera che si crea in quel particolare momento di svago, abbiamo puntato molto sul momento dell’aperitivo, coccolando la nostra clientela con una buona scelta di bottiglie e una serie di appuntamenti a tema. Si tratta di momenti di tranquillità in cui ci si rilassa bevendo qualcosa di buono, che non sono pensabili se non ci sono condizioni di sicurezza e, appunto, tranquillità. Per questo cercare di capire quali sono le regole alle quali attenersi per riaprire in sicurezza, per permettere ai nostri clienti di potersi davvero rilassare, è così importante; e la poca chiarezza su questo punto non aiuta. Mi dispiace soprattutto la tendenza a demonizzare i locali come se fossero le uniche fonti del contagio: il bar è di certo, a cose normali, un luogo di aggregazione ma non più di tanti altri ai quali invece magari si pensa meno”.

“Ma più che lamentarmi mi sembra importante trovare soluzioni e, proprio perché per me si tratta di una passione prima ancora che un mestiere, ho cercato di farmi venire un’idea per continuare a preparare aperitivi restando in contatto con i miei clienti e magari trovandone di nuovi: è nato così il servizio di consegna a domicilio della nostra Cassetta del Nicchio: una bottiglia a scelta, due calici e tanti stuzzichini per ricreare a casa propria un momento di piacere. In attesa di riaprire e, passo dopo passo, quando sarà possibile, tornare a brindare tutti insieme”.

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Il lavoro che cambia. Episodio 8: la ditta edile

Alberto è il titolare di una ditta edile: capace, preciso e affidabile, instaura con i clienti un buon rapporto di fiducia perché sa che il reciproco rispetto conta tanto quanto la capacità tecnica e perché ama il suo lavoro. Ma in questa emergenza si è sentito poco supportato e ha dovuto contare solo sulle proprie forze.

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“Per me – racconta – il lavoro è una fonte di soddisfazione oltre ad essere una professione: mi piace farlo al meglio sia dal punto di vista tecnico che da quello umano, guadagnandomi la fiducia dei clienti e la tranquillità di operare nella maniera migliore. E se per essere sicuro di ottenere buoni risultati mi affido a prodotti che mi assicurino qualità, a fornitori qualificati e a collaboratori competenti e fidati, così so che, perché un lavoro sia ben svolto, è necessario operare in una situazione di tranquillità e sicurezza”.

“Questa tranquillità, già prima del lockdown, stava venendo a mancare. Le notizie che circolavano non erano incoraggianti, ma più che il timore per il virus era l’incertezza sulle misure necessarie per prevenirne la diffusione a creare confusione: quali dispositivi era necessario avere per proteggere noi e gli altri? Quali erano le distanze da rispettare? C’era qualcuno che era più esposto o eravamo tutti potenzialmente a rischio?”

“La necessità, sacrosanta, di garantire a me, ai miei collaboratori e ai miei clienti la protezione necessaria, doveva trovare un equilibrio con la possibilità di lavorare bene, di non essere impacciati da dpi che non fossero necessari o da una distanza interpersonale difficile da conciliare con un lavoro di collaborazione tra più persone. E questo equilibrio, così difficile da ottenere anche in condizioni normali, già prima delle indicazioni di chiusura, non c’era più”.

“Dopo aver sospeso il lavoro del cantiere nel quale eravamo impegnati, mi sono sentito più tranquillo, ma al tempo stesso sconfortato: all’apprensione per la situazione generale che ha riguardato tutti si è sommata per me l’impossibilità di avere direttive univoche sulle regole da rispettare, certezze sui diritti e sostegno dalle istituzioni. Sono consapevole che molte categorie siano state penalizzate e che in tanti abbiano bisogno di supporto, ma penso che sarebbe equo non solo spostare le scadenze, ma cancellarne proprio alcune: non si può pretendere che chi non ha lavorato possa avere la stessa disponibilità che se l’avesse fatto, né subito né dopo due mesi”.

“In sostanza sono contento di aver agito secondo coscienza per preservare prima di tutto la salute e di aver trovato comprensione da parte dei clienti che magari hanno dovuto aspettare un po’ di più per iniziare un lavoro. Ma ammetto di essermi sentito solo e senza sostegno, sommerso dall’incongruenza di norme a volte addirittura contraddittorie tra di loro che hanno reso difficile anche decidere come comportarsi. E anche ora che, con tutte le cautele e le precauzioni del caso, ripartiamo, so che posso contare solo su me stesso”.

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Il lavoro che cambia. Episodio 7: il teatro

Beatrice si occupa della comunicazione per la Fondazione Teatro di Pisa: fra produzione di contenuti fruibili on line, gestione dei rapporti col pubblico, una rinnovata collaborazione tra colleghi e tante sfide per il futuro.

Cos’è successo al lavoro in questo periodo? E’ cambiato? Come? Ce lo raccontano i lavoratori pisani tra smartworking e ferie forzate, orari rivoluzionati e nuovi modi di interagire.

“Sinceramente – racconta – sono fra coloro che, quando è stata comunicata l’impossibilità di lavorare in ufficio, hanno sottovalutato quello che stava accadendo, sia ipotizzando un rientro in tempi brevi, sia non considerando appieno le ripercussioni che il Coronavius avrebbe avuto in generale e specialmente per il nostro settore, quello dello spettacolo dal vivo”.

“Dopo un primo momento in cui non era molto chiaro come questa chiusura forzata avrebbe potuto essere gestita dal punto di vista, anche, amministrativo, adesso sono a casa e ogni settimana viene suddivisa tra ferie, fis (fondo d’integrazione salariale) e smart working. Non essendo attrezzati per questa modalità di lavoro, non è stato facile all’inizio riuscire a concludere positivamente e in tempi brevi tutti i vari impegni, ma per fortuna, grazie alle varie piattaforme digitali per call e riunioni, siamo presto riusciti a riprendere in mano la situazione e adesso stiamo ricominciando anche un corso professionale aziendale possibile proprio grazie a questi strumenti digitali”.

“Un aspetto positivo è sicuramente un rinnovato e frequentissimo contatto con i colleghi, anche con quelli con cui in genere avevo meno a che fare, perché tutti ci diamo una mano per cercare di essere propositivi il più possibile: è una bella scoperta, un risvolto positivo della lontananza forzata dall’ufficio”.

“Anche se l’attività di spettacolo è sospesa, il teatro sta promuovendo diverse iniziative online per continuare ad essere virtualmente vicino ai suo spettatori, quindi moltissimo lavoro si è spostato in quest’ottica. Personalmente, in questo periodo mi sto occupando principalmente dei rapporti con il nostro pubblico organizzato (associazioni, gruppi, circoli, scuole di danza, insegnanti) seguendo, insieme ad altri colleghi, la complessa gestione dei rimborsi per gli utenti che hanno “perso” vari spettacoli, o che invece ci rinunciano per sostenere il teatro. E anche in questo caso la rivelazione della piacevolezza nei contatti telefonici senza l’assillo del tempo frenetico che normalmente mi crucciava, e il rafforzamento di un rapporto non solo amicale, ma anche di sostegno reciproco, arricchiscono le mie giornate in questo tempo sospeso”.

“Certo, mi manca moltissimo il luogo di lavoro, il meraviglioso teatro, con i suoi spazi magici che risuonano sempre di voci, risate, musica e luci. Non vedo l’ora di poter tornare in ufficio per contribuire insieme a tutti gli altri, ognuno con le proprie competenze, ad immaginare un futuro con spettacoli da ripensare in maniera diversa da come li abbiamo vissuti fino ad ora. Ma la creatività non fa difetto al nostro comparto e questa è una sfida che, sono sicura, riusciremo a vincere”.

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Il lavoro che cambia. Episodio 6: la bancaria

Annalisa è consulente bancaria in un’agenzia di città di Intesa Sanpaolo e in questa emergenza ha imparato a gestire lo stress, suo e dei clienti, e a far valere i propri diritti.

Cos’è successo al lavoro in questo periodo? E’ cambiato? Come? Ce lo raccontano i lavoratori pisani tra smartworking e ferie forzate, orari rivoluzionati e nuovi modi di interagire.

“Durante il lockdown – racconta – la mia filiale ha alternato tre giorni di apertura a due di chiusura. Tutto si è svolto in maniera abbastanza tranquilla da un punto di vista logistico: il numero contenuto di dipendenti, gli spazi sufficientemente ampi e, soprattutto, il fatto che il lavoro con i clienti si svolgesse a distanza, garantivano sicurezza e hanno permesso a tutti di vivere questo passaggio, già di per sé così carico di tensioni ed incertezze, in modo sereno almeno dal punto di vista lavorativo”.

“Occupandomi di consulenze, non sono mai stata personalmente a contatto nemmeno con i pochi clienti che, su appuntamento e con tutte le precauzioni del caso, sono fisicamente entrati in banca. Di contro, ho dovuto adattare in parte il mio lavoro alle nuove esigenze: spesso mi sono ritrovata a sconsigliare clienti che volevano raggiungere la banca per operazioni che avrebbero potuto eseguire on line o ai bancomat; ho cercato di instradare anche i più restii, e ce ne sono più di quanti non si pensi, a fidarsi dei nostri servizi on line, magari guidandoli passo passo anche se questo esula dalle mie mansioni. Da chi voleva venire solo per ritirare contanti, a chi chiamava la filiale per ricevere un supporto che spetterebbe al servizio dell’home banking, posso dire di aver trascorso tanto tempo in una sorta di operazione di emancipazione dell’utenza meno avvezza alle piattaforme digitali”.

“Certo, mi ci è voluta tanta pazienza e una buona dose di autocontrollo, perché oltre alle difficoltà di passare informazioni tecniche a chi evidentemente non è pratico di certi sistemi, dovevo tenere a bada lo stress che ogni persona che chiamava portava con sé: in tantissimi hanno chiamato per avere informazioni relative all’erogazione della cassa integrazione o alla sospensione dei mutui. Telefonate cariche di tensioni più ampie di quelle tecnicamente legate alla burocrazia bancaria nelle quali ho cercato di spiegare e rassicurare insieme, mitigando quella che era la mia dose personale di preoccupazione per la situazione generale”.

“Non è stato sempre facile, ma l’ho fatto volentieri: non solo perché in tanti hanno imparato a gestire meglio gli strumenti bancari, e questo rimarrà a beneficio loro e mio anche dopo l’emergenza, ma anche perché, nel mio piccolo, anche una telefonata in banca può essere stata un momento di rassicurazione e, magari, per qualcuno, un piccolo svago. Nei limiti del possibile, ho cercato di mettere l’umanità davanti alla mansione e di essere di aiuto in tutti i sensi”.

“Piccolo neo è stata una difficoltà personale: come tutte le persone con problemi di udito, parlare con qualcuno che indossa la mascherina mi impedisce di leggerne il labiale e mi avrebbe reso impossibile riprendere le consulenze in presenza da quando, con la riapertura, è stato possibile farne. La mia banca ha predisposto un distanziamento maggiore con i clienti invece delle schermature in plexiglass, senza tener conto che, nel mio caso, sono l’unica possibilità per poter comprendere perfettamente il mio interlocutore. Ho fatto presente il problema e oggi davanti alla mia postazione ho la barriera in plexiglass che ho chiesto”.

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Il lavoro che cambia. Episodio 5: l’ufficio stampa

Susanna si occupa dell’ufficio stampa di Palazzo Blu, ma è in realtà una giornalista che, come libero professionista, è impegnata in tanti progetti diversi che, già prima dell’emergenza, seguiva da remoto.

Cos’è successo al lavoro in questo periodo? E’ cambiato? Come? Ce lo raccontano i lavoratori pisani tra smartworking e ferie forzate, orari rivoluzionati e nuovi modi di interagire.

“Come uno tsunami inatteso e imprevedibile – racconta – il Coronavirus ha stravolto le nostre vite dallo scorso febbraio in poi. Naturalmente anche la mia. Devo dire che per quanto riguarda il lavoro, il lockdown non ha inciso molto. Sono una giornalista, libero professionista, per cui già lavoravo da remoto anche prima della chiusura totale. Certo manca il contatto umano, la relazione professionale che prima mi permetteva di incontrare di persona gli interlocutori del mio lavoro, che fosse per un’intervista o per una riunione di programmazione: ora tutto è spostato sulle piattaforme come skype, o al telefono. Va bene anche così, il lavoro funziona, certo spero presto si possano fare dei piccoli passi in avanti e tornare a confrontarsi anche di persona. Al momento giusto, lo so: non bisogna avere fretta!”

“Per lavoro mi occupo dell’ufficio stampa di Palazzo Blu, che nonostante la chiusura al pubblico dall’8 marzo, ha continuato a produrre intrattenimento e cultura con contenuti completamene inediti nel sito e sui social. Io sono una frequentatrice di mostre e naturalmente mi manca molto andarle a visitare, ne avevo in mente un paio che non volevo perdere e invece è andata diversamente. Adesso il settore dovrà essere  ripensato e questa è una bella sfida, anche professionale!”

“I cambiamenti più strong sono quelli che ho incontrato nella vita quotidiana. Dal doversi abituare a fare la coda per entrare a far la spesa, anche se devo dire che col passare delle settimane scegliendo l’orario giusto e anche per merito dell’organizzazione del supermercato che solitamente frequento, la coda si è ridotta notevolmente. Altra abitudine a cui mi sono dovuta adeguare è l’andare in farmacia a prendere le mascherine, anche qui a volte fare la fila e soprattutto azzeccare il momento giusto della giornata per trovarle. Ecco, su questo non ho ancora una formula magica e devo migliorare perché penso che dovremo continuare a usarle ancora molto a lungo”.

“Per il resto penso di essere abbastanza fortunata. Già a inizio anno avevo programmato alcuni momenti di formazione che volevo assolutamente fare. Un corso d’inglese e degli approfondimenti specifici per il settore comunicazione. Inizialmente stoppati, con un po’ di pazienza e con la volontà degli enti che li organizzavano, i miei corsi sono partiti. Ovviamente niente aula, tutto on line. Ma devo dire che se l’insegnante è in gamba si riesce anche a diventare comunque una classe”. 

“Che altro? Sto usando il tempo in più che ho a disposizione per leggere la mastodontica biografia di Michelle Obama e faccio progetti che chissà se e quando. Viaggi, amici, aria aperta. Non mi pare poco”.

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